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Personaggi illustri

PERSONAGGI NATI, VISSUTI O DECEDUTI NEL COMUNE DI MALALBERGO

Azzo Cacciari - campione di  “Tiro al piccione”- (Baricella 1881 – Malalbergo 1943).
Il cavalier Azzo Cacciari, oltre ad essere un eccellente giocatore di tamburello, fu pure un abile cacciatore ed un campione di “Tiro a volo”, categoria “Tiro al piccione”; vestendo i colori della “Società di tiro a volo Arco Guidi” di Bologna, nel 1908 si piazzò in numerose gare nazionali, ottenendo dei primi, secondi e terzi posti come a Venezia e a Montecatini e in gare internazionali, conquistando il quarto posto nel “Grand Prix du Casino” di Montecarlo”. Nel 1909 tornò nel Principato di Monaco e questa volta conquistò il primo premio, battendo in finale un tedesco che aveva sbagliato l'ultimo tiro. Oltre alla Coppa del “Grand Prix”, vinse un altro oggetto di valore, il Diploma che sanciva la vittoria e una notevole somma di denaro (20.000 franchi francesi) che investì comprando un'azienda agricola a Pegola. La rivista “Diana”, uscita nel marzo 1909 dedicò l'intera prima  pagina al “nostro” campione; Azzo Cacciari pur abitando nel capoluogo, quando gli chiedevano dove risiedeva, egli rispondeva: abito a Pegola, anche se in verità abitava a Malalbergo. Le sue spoglie riposano nella cappella privata del cimitero del Capoluogo.

Gino Cacciari -possidente terriero e Deputato del Regno d'Italia- (Malalbergo, loc. Scarani, 1883 - Bologna 1970).
Laureato in Scienze agrarie nel 1907 all'Università di Bologna con una tesi dal titolo “Sulle torbide del  Canal Navile e del Canal di Savena” (pubblicata nel 1924), nel maggio del 1908, assieme ai fratelli, iniziò i primi esperimenti negli appezzamenti di terreni presi in affitto dalla “De Propaganda Fide” (ex Azienda agricola Pallavicini) a Malalbergo, denominati “Scalone” e “Salicina” per coltivare estensivamente una pianta denominata “quadrello” (Carex riparia) la quale cresceva spontaneamente lungo le rive dei fossi, nelle adiacenze dei piccoli argini di risaia o sui dossi di aree paludose. L'esperimento riuscì perfettamente e dal 1914 questa coltivazione diede lavoro ad un'intera popolazione bracciantile locale; quel vegetale si adattava benissimo all'impagliatura dei fiaschi e delle fiaschette toscane dove veniva conservato il rinomato vino del Chianti. Nel 1922 promosse la costituzione della “Fondazione provinciale dei sindacati degli agricoltori di Bologna”, Nel dicembre dello stesso anno fu eletto Consigliere comunale di Malalbergo, carica  che ricoprì fino al  13 marzo 1927 con la qualifica di capogruppo. Nel 1925 fece parte del “Comitato permanente del grano” presieduta da Benito Mussolini.  Egli era uno dei tre rappresentanti nominati dalla “Confederazione nazionale fascista degli agricoltori” che sovraintendeva i lavori della famosa “Campagna del grano”. Dal 18 novembre 1926 al 12 novembre 1930 fu Presidente della “Confederazione Nazionale Fascista Agraria” con sede a Roma; in tale veste fu nominato componente del “Gran Consiglio del Fascismo” (gennaio 1929 – novembre 1930) quale membro temporaneo. Fu eletto Deputato nella XXVIII Legislatura del regno d'Italia (20 aprile 1929 – 19 gennaio 1934), ma non ricoprì alcun incarico governativo.

Roberto Copernico -commissario tecnico e allenatore di calcio-  (Malalbergo, fraz. Casoni, 1904 - Torino 1988).
Nato a Casoni di Malalbergo, dove il padre Antonio faceva il fornaio, nel 1908 si trasferì con la famiglia prima a S. Giorgio di Piano e successivamente a Bologna dove lavorò presso un negozio di tessuti. Per motivi di lavoro si trasferì prima a Livorno poi a Torino; il negozio diventò un ritrovo di sportivi, frequentato da diversi dirigenti della squadra di calcio del Torino e pochi anni dopo fece parte del Consiglio direttivo di codesta società. Nella stagione 1947/48 il presidente dell' A. C. Torino, Ferruccio Novo, lo volle Commissario tecnico; durante la sua permanenza la squadra “granata” vinse cinque scudetti tricolori: 1942/43, 1945/46, 1946/47, 1947/48, 1948/49. Nel maggio 1949, era già sull'aereo che lo stava portando a Lisbona assieme ai giocatori “torinisti” per disputare un'amichevole in Portogallo, quando fu avvertito telefonicamente che doveva recarsi immediatamente a Roma presso la Federazione Italiana Giuoco Calcio, poiché era stato nominato Commissario Tecnico della Nazionale Italiana. Roberto Copernico salutò l'intera squadra e scese dall'aereo; quella fatidica telefonata significò per il dirigente granata la salvezza. Infatti, il 4 maggio al rientro a Torino, l'aereo che trasportava il “Grande Torino” andò a schiantarsi sul colle di Superga, a pochi chilometri dall'aeroporto cittadino e tra i 31 passeggeri non ci furono superstiti. La carriera di Commissario Tecnico terminò nel 1950 e alcuni anni dopo, precisamente nel campionato di calcio 1954/55, fu chiamato ad allenare la S.S. Lazio, ma, terminato il campionato dell'anno successivo, tornò a Torino e pian piano abbandonò il calcio attivo per vederlo solo alla televisione. Fu così anche quella sera del 14 settembre 1988, mentre stava seduto in poltrona per assistere ad un incontro di calcio, s'addormentò per sempre davanti al piccolo schermo.

Alfredo Fontana –liutaio- (Granarolo dell'Emilia 1920 – Bentivoglio 1997) 
Se dicevi Alfredo Fontana, molti stentavano a capire di chi si trattasse. Ma se dicevi Strauss era chiaro a tutti. Questo soprannome gli fu affibbiato presto, vista la sua propensione per la musica. Nella musica era nato, tra le campane del padre “Gaitan” sacrestano e il vecchio organo della chiesa, che fin da ragazzo lui suonava. Poi, come autodidatta prima e con lo studio poi, passò ad altri strumenti, come il violino. E come l'organo che non si limitava a suonare ma all'occasione accordava o restaurava, così anche con il violino: oltre che a suonarlo lui si mise a fabbricarlo, diventando un apprezzato liutaio. Apprezzato si, perché nel mondo dei musicisti, che lui frequentava, era noto e stimato. Egli era molto amico del violinista Uto Ughi e di due celebri Direttori d'Orchestra, Sergiu Celibidache e Francesco Molinari Pradelli, che più di una volta vennero a fargli visita nell'abitazione di Altedo, acquistando diversi lavori di liuteria da lui costruiti con notevole abilità. Il maestro Celibidache, fu spesso ospite di Alfredo Fontana e visto che il lavori di ristrutturazione della casa dell'amico non finivano mai, la chiamò "L'incompiuta", prendendo a prestito il titolo della celebre Sinfonia n.8 di Franz Schubert. 
Negli anni Settanta del secolo scorso Alfredo Fontana fondò a S Pietro in Casale una scuola musicale che dedicò al violinista e concertista Aldo Ferraresi e sempre in quel periodo fu tra i fondatori della scuola di musica di Altedo “Gaetano Giovannini”. Dal 2008, la nuova Scuola Musicale di Altedo, fondata alcuni anni prima, porta il nome del geniale liutaio, musicista e cultore di storia locale. 

Dealma Grazia -cantante melodica- (Malalbergo 7/4/1932 – Casalecchio di Reno 12/12/2010). 
Nata nel “centro storico di Malalbergo (precisamente in via Selciato) da padre altedese (originario della Ventarola) e da madre ponticellese, emigrò con l'intera famiglia a Pontecchio Marconi nel 1943. Iniziò a cantare giovanissima nelle orchestrine di paese dove il papà suonava il violino e il fratello minore suonava la batteria. Aveva una bellissima voce e presto fu la cantante solista di note orchestre professioniste. Nei primi anni Cinquanta del secolo scorso, cantò con la celebre orchestra diretta dal maestro Vigilio Piubeni, dove cantava pure il noto cantante bolognese Giorgio Consolini.

Alberto Magli –garibaldino e maresciallo dei carabinieri- (Malalbergo 1848 - Bologna 1935).
Nel maggio del 1866,  all'età di diciassette anni si arruolò nelle liste dei volontari garibaldini, come risulta dall'Archivio della Società Operaia di Bologna, che gestì amministrativamente l'arruolamento dei volontari in occasione della Terza Guerra di Indipendenza. Sicuramente fu una figura importante, sia come garibaldino e successivamente come maresciallo dei carabinieri; infatti, sulla foto posta lapide della tomba presso il cimitero di Malalbergo, si notano alcune decorazioni e si leggono queste parole”… La salma fu accompagnata a Porta Castiglione dalle Associazioni Patriottiche Bolognesi che colle loro gloriose bandiere vollero dare allo scomparso l'estremo addio; speciali onoranze furono tributate al valoroso garibaldino dalle Autorità e popolazione di Malalbergo che accompagnarono la salma in questa tomba quale attestazione di affetto e benevolenza …”.
Le spese funerarie del valoroso garibaldino furono pagate dall'Amministrazione Comunale di Malalbergo.

Alessandro  Manservigi  -sarto, filantropo e benefattore- (Malalbergo 1851 –Bologna 1912).
Nato a Malalbergo, si trasferì a Bologna nel 1858 assieme alla madre e alla sorella, assumendo il cognome Manservisi. Ancora bambinetto iniziò a lavorare in una sartoria dove imparò il mestiere di sarto; nel 1875 aprì nella centralissima via Ugo Bassi, sotto il portico della Gabella Vecchia, vicino alla nota farmacia Zarri, un negozio di sartoria che negli anni successivi divenne uno dei punti di confezione e vendita più rinomati della città e nel 1881, ampliò la sua attività aprendo una calzoleria attigua alla sartoria. Cinque anni dopo acquistò una casa a Castelluccio di Porretta Terme, una piccola frazione posta a sei chilometri dal capoluogo a 811 metri sul livello del mare, dai nobili bolognesi Nanni Levara, Negli anni seguenti egli trasformò quella casa in un castello medievale e sulla parete principale del maniero (quella posta sul bellissimo parco), fece scolpire lo stemma del comune di Bologna, città adottiva del Manservisi e pure quello del comune di Malalbergo, paese natio, che seppur abbandonato in tenera età, egli non aveva mai dimenticato. Il 5 settembre 1889 Alessandro Manservisi sposò la sarta bolognese Teresa Carlotta Bastelli, nata il 22 ottobre 1852 e morta il 3 ottobre 1922. Alessandro e Teresa non ebbero figli ed il castello fu lasciato in eredità ad un'opera pia per farne una colonia scolastica estiva per i bambini bisognosi del Comune di Bologna. La colonia iniziò a funzionare dopo la Prima Guerra Mondiale e terminò la sua opera nel 1988. Il Comune di Porretta Terme in onore di questo filantropo e benefattore, ha intitolato ad Alessandro Manservisi la via che costeggia il castello di Castelluccio e che attraversa tutto il paese.

Achille Mantovani Reggiani -pittore e scultore- (Ferrara 1947-Bentivoglio 2009)
Negli ultimi anni della sua vita ha vissuto a Malalbergo, dove ha continuato la sua attività artistica di pittore e di scultore. 
Nella sua pittura, è prevalente l'uso sia l'olio che il pittore prediligeva perché conferiva al quadro uno “spessore” diverso rispetto all'acrilico.
Nelle sculture il materiale plasmato è quasi sempre il ferro, anche se alcune delle sue opere sono state realizzate in creta.
Nelle sue opere colpiscono, in particolar modo, la genuinità e la spontaneità del tratto pittorico, l'accostamento dei colori e la varietà delle tinte, la molteplicità e la diversità dei temi e delle situazioni che l'artista rende evidenti nelle sue varie interpretazioni della realtà.
Ha tenuto diverse mostre personali riscuotendo ovunque successo di pubblico e critica

Adriano Mantovani -medico veterinario, ricercatore e docente universitario- Malalbergo, fraz. Altedo 1926 – Bologna 2012.
Nato ad Altedo, sette anni dopo si trasferisce con la madre a Bologna; finite le scuole elementari frequenta per quattro anni l'Istituto Tecnico “Guglielmo Marconi” quindi il Liceo Scientifico “Augusto Righi”. Durante la Seconda Guerra Mondiale entra nella Resistenza bolognese militando nella 1a Brigata Garibaldi “Irma Bandiera”. Nel 1948 si laurea in Medicina veterinaria e due anni dopo entra nell'istituto “Zooprofilattico dell'Abruzzo e del Molise” sito a Teramo; nel 1980, dopo il terremoto dell'Irpinia studia la “Disastrologia veterinaria”. Per questi studi il comune di Pertosa (Salerno), colpito duramente dell'evento sismico, lo nomina cittadino onorario. Affermato docente dell'Università di Bologna fino al 1982, autore di numerose pubblicazioni scientifiche, ebbe per diversi anni l'incarico di dirigente presso l'Istituto Superiore di Sanità.

Giovanni Francesco Mazzacurati -possidente terriero- (Malalbergo 1771 - Bologna 1851)
Nacque a Malalbergo da Agostino e Maria Calzolari; i genitori originari di Malalbergo possedevano diversi palazzi e terreni in loco, tra cui l'edificio che oggi porta il nome di “Palazzo Marescalchi” da nuovo proprietario, il conte e senatore Ferdinando Marescalchi. Giovanni Francesco nel 1794 sposò Orsola Vanoni che abitava a Pegola, da cui ebbe sette figli, quattro maschi e tre femmine. La famiglia si trasferì a Bologna e nel 1830 Giovanni (nel frattempo il cognome si era modificato in Mazzacorati) fu eletto “savio” per il ceto dei cittadini e partecipò alla pubblica amministrazione. Nel 1831, nel “Libro dei compromessi nella rivoluzione”, fu schedato come “maldicente”; dal 5 febbraio al 26 aprile 1831 Bologna era insorta contro lo Stato Pontificio e aveva costituito con alcune città dell'Emilia, della Romagna, dell'Umbria e delle Marche, lo “stato” delle Province Unite Italiane di cui Bologna era la capitale provvisoria. Tornata sotto il dominio Pontificio, nel 1836 papa Gregorio XVI eresse il feudo della Massetta (sito nel Montefeltro) in marchesato e nominò marchese in perpetuo con i discendenti maschi Giovanni, con l'obbligo di prestare omaggio alla Santa Sede tutti gli anni la vigilia della festa dei SS. Pietro e Paolo. A Bologna Giovanni abitava nell'odierna via Cesare Battisti 23, nella casa già residenza della famiglia senatoria dei Felicini; alla fine del Settecento la casata dei Mazzacorati acquistò l'abitazione signorile posta in via Toscana 19, oggi denominata “Villa Aldrovandi – Mazzacorati”. A quanto ci risulta, Giovanni Francesco Mazzacorati è ancora oggi l'unico nobile nato nel territorio comunale malalberghese.

Vincenzo Modonesi -maestro elementare, direttore didattico e fotografo. (Adria, Rovigo 1846 - Malalbergo 1918).
Arrivato a Malalbergo assieme ai fratelli (Filomena e il cav. uff. Francesco, quest'ultimo Segretario comunale di Malalbergo), si stabilirono in un'ampia casa al n. 58 di via Provinciale (odierna via Nazionale). Fu uno dei primi maestri elementari “di grado superiore” (abilitati all'insegnamento delle classi quarte e quinte) del capoluogo e qui insegnò per oltre quarant'anni; per diversi lustri ricoprì il ruolo di direttore didattico delle scuole del Comune di Malalbergo, incarico che gli fu conferito con delibera del Consiglio comunale in data 29 dicembre 1896. Grande cultore d'usi e costumi locali, pochi giorni prima dell'improvvisa scomparsa, aveva ceduto all'Amministrazione comunale la sua ricca collezione privata di oggetti e strumenti di lavoro delle più svariate categorie dell'epoca; la vasta gamma di materiali fu collocata all'internodi un'aula delle scuole elementari (allora ubicate al piano terreno del Municipio) a disposizione degli alunni e degli'insegnanti. Alcuni giorni dopo la sua morte, l'Amministrazione comunale inaugurò il “Museo didattico Vincenzo Modonesi”. Nel 1925 il museo fu trasferito nel nuovo plesso scolastico appena inaugurato, ma purtroppo vent'anni dopo, tutto il materiale raccolto dall'emerito insegnante andò in fumo durante il bombardamento del 29 marzo 1945 che distrusse alcune case di via C. Battisti, la Casa del Fascio ed il vicino edificio scolastico nel cui atrio era stata collocata la raccolta dei materiali dentro alcune teche di vetro. Vincenzo Modonesi fu pure un grande fotografo; le bellissime immagini scattate nei borghi di Malalbergo tra la fine dell'Ottocento e nei primi anni del Novecento, furono utilizzate per le cartoline illustrate dell'epoca.

Emilio Nanni -cantante melodico- (Malalbergo, fraz. Ponticelli 1910 – Malalbergo, fraz. Altedo 1984)
Figlio di Giuseppe e di Maria Pedrini di Ponticelli, era il primo di tre fratelli; iniziò la professione lavorativa come barbiere ma tornato dal servizio militare, intraprese la carriera di cantante e per migliorare la voce andò a lezione dalla celebre maestra Alda Scaglioni di Bologna. Negli anni che precedettero la Seconda Guerra Mondiale, si esibì alla radio e dai microfoni di “Radio Bologna”, cantò le canzoni in voga in quel periodo tra cui “Signorinella” (portata al successo da Achille Togliani) e “La paloma” (cantata da vari interpreti il più famoso dei quali fu Beniamino Gigli), accompagnato dall'orchestra diretta dal maestro Cinico Angelini. Con la sua bella presenza e una splendida voce melodica, fu apprezzato anche dai cantanti più affermati come Nilla Pizzi, Gino Latilla e Paolo Baccilieri (che in seguito divennero suoi amici) e con loro fece diverse serate in varie città italiane. Egli ebbe un'indiscussa notorietà pure nei due locali da ballo bolognesi che andavano per la maggiore, quello situato sotto il cinema “Manzoni”, denominato “Vallechiara” e quello ricavato nella palazzina della “Montagnola” chiamato pomposamente “Settimo cielo”. Nella metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, incise tre 45 giri e nel 1957, per la “Embassy”  incise un 33 giri 30 cm (sigla ERO 504) dal titolo “Canzoni italiane nel mondo”; poco tempo dopo cessò l'attività di cantante esi dedicò al negozio di merceria ad Altedo che gestiva con la moglie. Più tardi aprì un'attività commerciale di abbigliamento, cui impose il nome di “Stilmoda”; appassionato colombofilo vinse con i suoi volatili diversi premi nazionali.

Narciso da Malalbergo –maschera del XVII/XVIII secolo–
Il paese di Malalbergo annovera tra i suoi “personaggi” anche una maschera: Narciso o Narcisino. Essa ebbe, per tutto il Seicento e parte del Settecento, un posto importante nei teatri bolognesi, come contraltare del più noto Dottor Balanzone; mentre quest'ultimo rappresentava l'azzimata “scienza ufficiale” dello Studio Bolognese, il primo impersonava il tipico abitante del Contado: “scarpe grosse e cervello fino, che dice pane al pane e vino al vino”.
Nei suoi monologhi esordiva sempre così: “Io sono Narciso e vengo da Malalbergo...”; la scelta del paese era fatta ad arte, poiché Malalbergo era il centro più conosciuto della “bassa” dagli abitanti di Bologna. 
La notorietà di Narciso valicò anche le Alpi poiché fu accolto nella grande famiglia della Commedia dell'Arte, la quale ebbe massima risonanza non solo in Italia ma anche in Europa; ebbe poi un posto di grande preminenza nella “Comedie Française”, dove però mutò il proprio personaggio, identificandosi nel vecchio brontolone.
Nell'Ottocento, le platee bolognesi lo applaudirono nei teatri come intrattenitore durante gli intervalli tra un atto a l'altro; è qui che si caratterizzò come sagace punzecchiatore di usi e costumi cittadini, di umane debolezze, di passioni e tradimenti; a volte prendeva di mira persone importanti della vita pubblica o fatti politici: da ciò derivò la sua costituzione in personaggio “senza peli sulla lingua”. Non per nulla spesso terminava le sua “narcisate” con questa frase: “Ragazz, Narzis l'è acsé!”
Le sue critiche feroci, espresse con linguaggio volgare e rozzo, venivano tollerate dai governanti (e dai destinatari dei suoi strali) in quanto prenderlo di petto poteva peggiorare la situazione, visto il suo grande seguito presso il popolo.
Oggi la maschera è tornata alla ribalta dopo tanti anni di silenzio, grazie all'abilità di Luciano Manini, attore dialettale e cinematografico bolognese, che interpreta con grande maestria, dandole anche un tocco di attualità; accompagnato dalla sua fedele ghironda ha fatto, e fa tuttora, conoscere il personaggio di Narciso e le sua “narcisate” non solo in tutto il territorio bolognese ma anche in altre regioni italiane, riscuotendo ovunque un notevole successo e ricevendo premi, riconoscimenti, menzioni speciali.

Narciso Prati –pittore, scultore e grafico- (Baricella 1913 – Bentivoglio 1999)
Diplomato all'Accademia delle Belle Arti, in vita è stato membro di varie accademie ed istituti culturali, fra cui il Centro Artistico Ferrarese, l'Istituto Internazionale Propaganda e Cultura e l'Istituto Nazionale per la diffusione della Cultura. Ha tenuto numerose mostre personali in Italia e all'estero, fra le tante: Napoli, Gallipoli, Firenze, Monaco di Baviera, Parigi, Roma, Milano, ecc …
Ha partecipato ad importanti rassegne ottenendo premi e riconoscimenti, tra cui: 1978, 1° premio assoluto Incontri della Cultura, Roma; 1° premio pittura, Firenze; 1981, Premio città di Fabriano per la scultura; 1988, Premio Salento per la pittura.
Le sue opere si trovano in molte collezioni italiane e in Germania. Mostre permanenti presso la Galleria Alba e il Circolo Artistico, a Ferrara.

Dante Nardi –calciatore– (Malalbergo, fraz. Altedo 1920 - Malalbergo, fraz. Altedo 1998).
Nato calcisticamente nell'A.G.C. Altedo, nei primi mesi del 1934 debuttò in prima squadra a soli quattordici anni; nello stesso anno passò nelle giovanili del “Bologna A.G.C.” dove nel 1937 a Ginevra partecipò con la squadra juniores (i Boys) al Trofeo Internazionale Giovanile “Walter Bensemann” vincendo la finale contro gli svizzeri del Servette di Ginevra per 3 a 1. L'anno successivo il Trofeo si disputò a Strasburgo e Dante Nardi, assieme agli altri ragazzi del “Bologna F. C. 1909” vinsero la finale ancora una volta contro il Servette per 2 a 1. Nel 1939 andò il prestito al Rimini dove rimase due anni, disputando due eccellenti campionati di Serie C giocando nel ruolo di mezzala metodista e segna do 30 reti. Nel 1941 rientrò a Bologna; debuttò in Serie A con la maglia rossoblu il 21 dicembre  a Roma contro la Lazio; quell'anno Dante Nardi giocò sette partite come titolare dove segnò tre reti. Il 10 maggio 1942, segnò la sua prima rete all'Ambrosiana (Inter) vinta dai rossoblu per 1-0. Sette giorni dopo, nell'incontro casalingo contro il Livorno (vinto dai rossoblu per 7-1), segnò addirittura una doppietta (7' e 39' del primo tempo). Nel campionato 1942-43 il Bologna raggiunse il 6° posto a pari merito con la Fiorentina ed il Milan; in quel campionato Dante Nardi s'aggiudicò la maglia da titolare, la prestigiosa numero 10 e disputò ventidue gare segnando sei reti. Sempre nel campionato 1942-43 fu convocato due volte nella Nazionale Under 21 e una volta nella Nazionale A guidata da Vittorio Pozzo. Nel 1944, con il Bologna F.C. partecipò al Campionato Alta Italia; la squadra felsinea fu eliminata nella semifinale interregionale dalla squadra dei Vigili del Fuoco di La Spezia, vincitrice del torneo. La folgorante carriera di Dante Nardi s'interruppe bruscamente quell'anno stesso; infatti, nel mese di giugno del 1944 una grave malattia colpì il calciatore che lo allontanò dai campi di calcio per tre anni. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale, tornò sui campi di calcio di serie B, C e Promozione,  vestendo i colori della “S.P. Contese”, della “A.G.C. Altedo”, del “Faenza”, del “Carpi” e del “G.S. Incedit” di Foggia, dove all'inizio della stagione subì un grave infortunio; appese definitivamente le scarpe al chiodo nel 1955, all'età di trentacinque anni difendendo i colori dell'U.S. Altedo. Per alcuni anni allenò alcune squadre dilettantistiche della provincia di Bologna.

Marino Ortolani -medico pediatra e puericultore- (Malalbergo, fraz. Altedo 1904 – Ferrara 1983). Laureatosi in Medicina e chirurgia nel 1929 a Bologna, fu assunto come assistente al Brefotrofio di Ferrara, dove nel 1938 lo diresse con profitto . Nel 1935, organizzò ed attrezzò un Reparto Pediatrico ospedaliero e nel 1948 ne divenne il direttore. Poco tempo dopo scoprì casualmente quello che ancora oggi viene chiamato il “segno di Ortolani” o “Ortolani's clik” nella diagnosi precoce della lussazione congenita dell'anca. Si dedicò pure allo studio della talassemia o “morbo di Cooley”, aprendo a Ferrara un dei centri più rinomati d'Italia. Fu autore di centinaia di pubblicazioni scientifiche, relatore in congressi nazionali ed internazionali, nonché curatore di documentari scientifici tradotti in varie lingue. Per questi lavori il Professor Marino Ortolani è stato più volte premiato con numerosi riconoscimenti. Nel 1988, a Montegrotto Terme (PD), si è tenuto un simposio internazionale sulla “Lussazione congenita dell'anca” a lui dedicato. Nel 2001 ad Altedo, il  Comune di Malalbergo ha intitolato una via all'illustre concittadino

Alcide Pedrazzoli -Cooperatore e sindacalista- Castel d'Ario (MN) 1888 - Sait Egrève, Grenoble (F) 1966.
Esponente socialista e malalberghese di adozione, diresse dal 1912 al 1922 la Cooperativa Agricola e la Cooperativa di Consumo del Popolo di Malalbergo. Era cognato del deputato socialista Enrico Dugoni (aveva sposato Ines detta Ida, la sorella maggiore di Alcide) e con lui, aveva condiviso la politica socialista dei primi del Novecento. Con l'avvento del fascismo Alcide Pedrazzoli fu più volte minacciato e bastonato per le sue idee “sovversive” (le squadracce fasciste lo chiamavano “Il Lupo); dopo un violento pestaggio subito a San Pietro in Casale per opera di fascisti ferraresi, fu convinto da un amico ad abbandonare gl'incarichi di lavoro e di trasferirsi all'estero. Fu così che, dopo l'ennesima minaccia, decise di liquidare i soci delle due cooperative e di espatriare in Francia, dove alcuni anni dopo, lavorò presso l'istituto bancario di Grenoble “Banque d'Isère”. Durante l'istruttoria per richiedere il nulla osta alla Prefettura di Bologna d'intitolare una via a questo valoroso antifascista, nell'Archivio Comunale di Malalbergo fu trovata una copia della lettera datata 1933, scritta dal Podestà di Malalbergo Federico Manservigi, in risposta ad una missiva inviata dal direttore della banca francese nella quale si chiedevano le credenziali del Pedrazzoli. Benché le idee politiche del Podestà non collimassero con quelle del cooperatore, il “primo cittadino” del comune malalberghese scrisse testualmente: “Politicamente militò sempre nel partito socialista e (a noi) fu contrario di conseguenza fin dal sorgere dell'attuale regime, ragione per cui lasciò l'Italia per trasferirsi costì. Dal lato dell'onestà nulla è emerso a suo carico, ed è sempre stato tenuto da tutti, anche da me personalmente, nella considerazione di persona proba ed onesta. Lasciò le cooperative che diresse in floride condizioni”. Professò liberamente le sue idee socialiste partecipando attivamente alla Resistenza d'oltralpe; chiese ed ottenne la cittadinanza francese ma non scordò mai il periodo trascorso a Malalbergo dove aveva lasciato anche la persona amata. Egli, infatti, portò sempre con sé, come ricordo di quel periodo, l'orologio da taschino donatogli dai cooperatori malalberghesi pochi giorni prima dell'esilio, in segno di riconoscenza e di gratitudine verso quell'uomo giusto e capace che li aveva aiutati in quegli anni difficili; molti soci, infatti con i soldi ottenuti dalla liquidazione della cooperativa, poterono comprarsi la casa, cosa che a quel tempo, e soprattutto per dei lavoratori agricoli, restava sempre molto difficile. L'Amministrazione comunale di Malalbergo nel 1978 ha intitolato una via del Capoluogo a questa nobile figura.

Parisio di Benvenuto da Altedo –Notaio- (Altedo 1247 - Bologna 1304 o 1305).
Il 24 giugno 1231, ad Altedo ed a Minerbio si insediarono centocinquantacinque famiglie lombarde originarie dei territori di Mantova e di Brescia; tra queste vi era anche la famiglia di un certo Benvenutus Brexanus (Benvenuto da Brescia), che fissò la propria dimora in Altedo. Nel 1247 la moglie di Benvenuto partorì un bel bambino cui fu imposto il nome di Parisio. Pochi anni dopo il ragazzo iniziò gli studi, con un certo profitto fino all'età di venticinque anni; infatti, il 26 giugno1272, terminò il suo “cursus studiorum” e fu iscritto nel Registro dei notai bolognesi. Nel 1285 fu nominato notaio del proconsole della “Società dei Notai di Bologna”, un certo Pace da Saliceto; negli anni seguenti divenne rappresentante della “Società delle Arti e delle Armi” della città felsinea. Il 6 giugno 1288 fu approvato dalla “Curia del Capitano del popolo” il nuovo “Statuto dei Notai”, redatto dal notaio “Parisio de Altedo”. Nel 1293, precisamente il 31 luglio, Parisio prese in affitto, per un anno, una casa posta in Via Porta Nova, per tenervi una scuola privata di grammatica ed un ospizio per studenti; era prassi in quel tempo che gli allievi prendessero alloggio presso l'abitazione del loro “magister”, sia per seguire più assiduamente le lezioni, sia per suddividere le varie spese, sia per la tranquillità dei familiari che sapevano così i loro giovani figli “custoditi”da un adulto. Questa nuova professione impegnò Parisio per alcuni anni, finché il 1° maggio 1297 portò a termine il suo lavoro più importante, il trattato “De ortographia”, che dedicò al notaio Baldo; oggi il prezioso manoscritto è conservato presso la Biblioteca Nazionale di Parigi. La data della morte di Parisio rimane incerta; alcuni studiosi propendono per il 1304, mentre altri collocano il decesso nei primi mesi dell'anno successivo, vale a dire il 1305 (la data della morte, infatti, viene collocata tra il 3 febbraio 1304 e il 22 marzo 1305). Il notaio Parisio benché autore di un importante trattato di ortografia, passò presto nel dimenticatoio generale fino a quando, nell'anno 1869, lo studioso francese Charles Thurot, pubblicò a Parigi un tomo dal titolo “Notices et extraits de divers Manuscrits Latins pour servir à l'histoire des docrtines grammaticales au Moyen Age”, dedicando un capitolo all'ortografia e citando più volte il trattato scritto da Parisio. L'Amministrazione comunale nel 2007 ha dedicato all'illustre compaesano una via nel nuovo comparto di Altedo, nella borgata denominata “la Locanda”.

Deolay Tacussus –notaio- Altedo, coevo di Parisio (circa 1247) - Bologna (nulla si sa della data di morte).
Probabilmente discendeva da una famiglia lombarda insediatasi ad Altedo nel 1231. Viene citato nel 1288 quando gli abitanti di Altedo furono censiti come “comitatini” (abitanti del contado) ad eccezione dei notai Parisio e Deolay Tacussis, riconosciuti “civis” (cittadini). Egli assieme al collega erano sicuramente i due personaggi più rilevanti della loro comunità ed abitavano a Bologna dove esercitavano la loro professione come ci ricorda Giorgio Tamba nel saggio “Lo Statuto della Società dei Notai di Bologna dell'anno1288, in “Notariato medievale bolognese, Roma, 1977, pp. 253-344 e Valeria Braida, “Gli uomini di Altedo tra il 1231 e il 1317” , pag.172 e seg. In “I Patti di Altedo 24 giugno 1231”, a cura di Anna Laura Trombetti, Edifir- Edizioni Firenze, 2009.

Enrico Trentini –tenore- Malalbergo, fraz. Altedo 1877 - Bologna 1952.
Nacque da una famiglia molto povera e fu costretto a lavorare fin dalla giovane età per pagarsi gli studi musicali, compiuti con il maestro Bellocci. Iniziò la sua brillante carriera canora nel 1903, quando si esibì nei teatri del Cairo e di Alessandria d' Egitto. In Italia debuttò nel 1908 al Teatro Sociale di Crevalcore nella “Cavalleria Rusticana” interpretando il ruolo di Turiddu. Negli anni seguenti le esibizioni furono numerose; ricordiamo le più importanti : al Teatro Verdi di Pisa, al Teatro Comunale di Bologna al Teatro Reinach di Parma. Interpretò nell'Aida il ruolo di Radames, suo cavallo di battaglia; nell'ottobre del 1919, a Milano, incise l'intera opera verdiana.Il 26 settembre del 1925, in occasione dell'inaugurazione del “Teatro Sociale” di Altedo, interpretò il ruolo di Mario Cavaradossi nella Tosca di Giacomo Puccini. ottenendo un vasto consenso di pubblico ed una critica molto favorevole da parte dei due giornali bolognesi, Il Resto del Carlino e L'Avvenire d'Italia. L'ultima esibizione canora a me nota avvenne al Teatro Politeama di Livorno nel maggio del 1930. Enrico Trentini, che tutti gli altedesi chiamavano “al Daghén” abitò per diversi anni ad Altedo, in una casetta di via del Corso, ai piedi della salita che conduce al ponte di Rivabella.

Argo Venturoli - ufficiale degli alpini e avvocato- Malalbergo 1912 - Ferrara 1988.
Laureatosi in Scienze Politiche a Romaa e successivamente in Giurisprudenza a Bologna coltivò l'idea di seguire la carriera diplomatica. Chiamato alle armi nel 1937, fu ammesso alla Scuola Allievi Ufficiali di Bassano del Grappa, uscendone come Sottotenente e fu assegnato al 7° Reggimento Alpini. Congedato nel 1938, fu richiamato in servizio nel 1941 ed inviato in Grecia, dove ottenne una “Croce al Merito di guarra”; promosso Tenente, venne assegnato alla “Brigata Julia” e nel 1942 fu inviato in Russia, dove nella famosa ritirata riuscì a portare in salvo numerosi soldati e per questo motivo fu decorato con una “Medaglia di bronzo al Valor Militare”. Terminata la guerra, tornò a Malalbergo aiutando la popolazione che causa i bombardamenti subiti, avevano perso le loro case e i loro beni. Abbandonato il sogno diplomatico, si trasferì a Ferrara dove si dedicò alla vita forense, diventando Presidente sia degli Avvocati di Ferrara, sia della Camera Penale della Regione Emilia Romagna. Fu pure docente di Deontologia Medica presso la locale “Scuola di Specializzazione in Medicina Legale e delle Assicurazioni” dell'Università di Ferrara, pubblicando diversi articoli a carattere giuridico sulle più importanti riviste del settore. Il suo legame con Malalbergo rimase indissolubile: qui, infatti, volle essere sepolto dopo la morte. Nel 2003 l'Amministrazione comunale gli ha dedicato all'illustre compaesano un parco pubblico nel  Capoluogo.    

Angelo Vespignani -fitopatologo, entomologo e docente universitario- Alfonsine (RA) 1911 - Bentivoglio 1990.
Si laurea come Istruttore di educazione fisica alla Farnesina (Roma) e consegue una seconda laurea in Scienze economiche a Trieste e successivamente una terza in Scienze agrarie a Bologna. Insegna Estimo alla Facoltà di Scienze agrarie di Bologna quando nei primi anni del dopoguerra venne interpellato da un'associazione di agricoltori di Altedo per collaborare allo sviluppo di nuovi tipi di coltivazione nella pianura bolognese. Ben presto si trasferisce ad Altedo ed assume il ruolo di direttore tecnico e scientifico e forte della la sua esperienza di fitopatologo e entomologo viene consultato da numerosi soci coltivatori per prevenire e combattere le malattie o i danni causati dalle intemperie. Collabora con vari articoli sull'agricoltura con il periodico “L'informatore agrario” e pubblica alcuni libri tra cui, nel 1977, “L'asparago”,  un prodotto a lui caro, coltivato ancora oggi nelle campagne altedesi, dal 2003 è riconosciuto come “Asparago Verde di Altedo IGP”. Angelo Vespignani fece diversi studi ed esperimenti su vari tipi di frutta tra cui ricordiamo una “sua creatura” che chiamò “Precoce di Altedo” o più comunemente “Bella di Altedo”; per svariati anni questa qualità di pera fu presente nei mercati ortofrutticoli italiani ed esteri riscuotendo un discreto successo commerciale. Nel 2005 ad Altedo, il  Comune di Malalbergo ha intitolato una via all'illustre professore.

Armando Zucchini -ciclista- Malalbergo, fraz. Altedo 1907 – Bologna 1950.
Negli anni Trenta del secolo scorso disputò diverse gare ciclistiche con i migliori ciclisti professionisti dell'epoca. Iniziò giovanissimo la carriera ciclistica scalando tutte le categorie fino a raggiungere quella dei dilettanti. Nel novembre del 1927 emigrò con la famiglia a Bologna e in quella città raggiunse i primi successi a livello nazionale; nel 1930, infatti, nella categoria dei “dilettanti Elite”, vinse alcune gare importanti tra cui il “Campionato nazionale di ciclocross”. Nel 1931 debuttò tra i “professionisti”, ingaggiato dalla “Ganna - Dunlop”; con quella società disputò il “Giro d'Italia” e la “24a Milano – Sanremo” piazzandosi al sedicesimo posto. Nel 1932 la “Ganna - Dunlop”, nonostante i buoni risultati ottenuti non confermò il nostro atleta ed egli si accasò presso una piccola formazione bolognese, il “Velo Sport Reno”, partecipando alla “25a Milano – Sanremo”dove arrivò ventiduesimo. Partecipò pure al “20° Giro d'Italia” conquistando un onorevole trentesimo posto nella graduatoria finale. Nel 1933 come “Individuale” vinse di nuovo il “Campionato Nazionale di ciclocross” e prese parte al “21° Giro d'Italia” dove si classificò al tredicesimo posto. Con la vittoria nel ciclocross e con i vari piazzamenti ottenuti su strada, nel 1934 fu assunto dalla “Bianchi” dove partecipò al “22° Giro d'Italia” piazzandosi al trentottesimo posto. Nei tre anni successivi partecipò alle gare agonistiche come “Individuale” e prese parte al Giro d'Italia del 1935 e del 1936. Appese la bicicletta al chiodo nel 1937 dedicandosi all'attività di muratore. Il 25 giugno 1950, mentre rientrava dal lavoro, fu coinvolto in un grave incidente stradale che costò la vita al “nostro campione”.

Gino Zucchini –pittore- (Malalbergo 1913 – Bentivoglio 2004)
Di famiglia contadina ed ex dipendente comunale, era un artista autodidatta e aveva iniziato a dipingere tardi ma la sua arte densa di colori vivaci, spalmati con la spatola o con le mani nude, ha col tempo varcato i confini nazionale per una serie di esposizioni a Ginevra, Parigi e Stoccolma. E' stato definito dai critici, pittore dello spazio, del tempo, dei colori magnificamente apparentati.
Pochi mesi prima della sua morte, il pittore ha fatto dono di una cinquantina delle sue opere più prestigiose al Comune con le quali è stata allestita una mostra a Palazzo Marescalchi. Visto il successo ottenuto, con un gesto di grande generosità, non avendo discendenti, ha lasciato in eredità al Comune di Malalbergo la sua casa e tutte le sue opere in essa contenute, esprimendo nel testamento la volontà che l'Amministrazione comunale valorizzi e promuova la conoscenza del suo patrimonio artistico.
Il 7 ottobre 2013, con delibera G.M. n. 115 è stata intitolata al pittore la Sala Riunioni di Palazzo Marescalchi.

FIGLI DI GENITORI NATI NEL COMUNE DI MALALBERGO

Massimo Dursi -giornalista, scrittore, commediografo e critico teatrale- (Bologna 18/2/1902 -
Bologna 17/4/1982).
Otello Vecchietti, più noto con lo pseudonimo di Massimo Dursi, era il fratello maggiore del giornalista e conduttore televisivo Giorgio Vecchietti. I suoi genitori erano nati ambedue ad Altedo e dopo il matrimonio si traferirono a Bologna. Laureato in materie scientifiche, iniziò la carriera giornalistica collaborando col fratello nelle riviste “L'Orto”, “Primato”, “Letteratura”, “Cronache” e con il “Mondo” di Pannunzio. Scrisse diversi racconti tra i quali ricordo soltanto “Domenica sul fiume” e “La colpa di ognuno”; numerosi furono anche i testi teatrali e televisivi che produsse nella sua lunga carriera di commediografo e critico teatrale. Giornalista dal 1945, collaborò al “il Resto del Carlino” fino al 1974. 

Gigliola Frazzoni –soprano- (Bologna, fraz. Corticella 1923 - Bologna 2016).
Figlia di altedesi emigrati a Corticella, iniziò la sua brillante carriera giovanissima sotto la guida della celebre soprano Valeria Manna. Dopo aver letto su un manifesto pubblicitario di un concorso per “voci nuove” decise di partecipare, vincendolo con la canzone “Rondine al nido”, uno dei successi di Beniamino Gigli. Scoppiò la guerra e la famiglia Franzoni, che nel frattempo da Corticella si era trasferita alla Bolognina, decise di traslocare nella natia Altedo. A guerra finita, ritornarono a Bologna. Gigliola iniziò a studiare canto e finalmente il 4 ottobre 1947, al Teatro Rossini di Pesaro, fece il suo debutto nella “Francesca da Rimini” di Ricardo Zandonai. L'anno successivo esordì al Teatro Duse di Bologna ne “La bohème”.Il successo l'ottenne nel 1951, quando partecipò ad una lunga tournée in Sud Africa, cantando con i più affermati cantanti lirici dell'epoca. Nel 1957, allaScala di Milano, sostituì con grande dignità e successo, nell'”Andrea Chenièr” la soprano Maria Callas, che si era improvvisamente ammalata, ricevendo i complimenti dalla stessa cantante. Ma il successo più grande l'ottenne interpretando il ruolo di “Minnie” nell'opera”La fanciulla del West” in coppia sia con Franco Corelli, sia con Mario del Monaco. Interprete ideale delle eroine di Giacomo Puccini, fu per tanti anni una delle principali cantanti liriche dell'Arena di Verona, dove la videro protagonista dal 1956 al 1972. Si ritirò dalle scene nel 1978 dopo varie attività di concertista, cimentandosi nel 1980 come attrice di prosa a Spoleto, diretto da Lina Wertmuller nell'opera teatrale dal titolo “Amore e magia nella cucina di mamma”. Ha continuato il percorso artistico impegnandosi nella pittura e collaborando con diverse scuole di canto

Cesare Martinelli – Maggiore garibaldino decorato con due Medaglie d'Argento.(Bologna 1826 – Montelibretti, Roma 1867).
Il padre di Cesare Martinelli, era nativo di Altedo ed emigrò a Bologna dopo la nascita del primogenito Agostino. Nella città felsinea iniziò la brillante carriera militare di Cesare Martinelli; il 15 giugno 1845 come “Aiutante sottufficiale” nel “1° Battaglione della Legione Bolognese”. Egli partecipò alla Campagna di Guerra del 1848 per l'Indipendenza italiana, scalando negli anni i vari gradi militari fino a raggiungere quello di Capitano; nella Campagna dell'Italia Meridionale nell'anno 1860 fu promosso Maggiore. Nel 1867 seguì ancora una volta il generale Giuseppe Garibaldi, comandando un Battaglione della Legione Romana; iIl suo Battaglione si distinse nelle varie fasi delle battaglie contro i francesi e i papalini, occupando la cittadina di Orte. Dopo quella conquista la Legione fu sciolta e il maggiore Cesare Martinelli, assieme ad una parte dei Volontari superstiti formò un battaglione e proseguirono il cammino fino a Monterotondo, dove furono  inquadrati nel Corpo Volontari Italiani. La battaglia tra i volontari garibaldini e i papalini iniziò il 25 ottobre; poche ore dopo l'inizio del combattimento Cesare Martinelli fu ferito ad una coscia e fu trasportato in una casa di Montelibretti, a circa venticinque chilometri da Mentana. Il 3 novembre iniziò la battaglia decisiva di Mentana e nella stessa giornata la casa che lo ospitava fu circondata dagli Zuavi e dai Francesi; egli si tolse le bende e si precipitò sul balcone sparando alcuni colpi di fucile. Per lo sforzo che aveva sostenuto, ebbe una grande emorragia che lo fece svenire e fu riportato a letto. Dopo un'estenuante resistenza, all'alba del giorno 4 gli occupanti della casa si arresero e il 6 novembre 1867, causa la ferita riportata Cesare Martinelli cessava di vivere. Il 20 novembre la salma arrivò alla stazione ferroviaria di Bologna e fu accompagnata alla Certosa da folla numerosa; pronunciarono le orazioni funebri: Giuseppe Ceneri, Quirico Filopanti, Francesco Pais e Giosuè Carducci. 

Giorgio Vecchietti -giornalista e conduttore televisivo- Bologna 1/2/1907 - Roma 11/10/1975.
Figlio terzogenito deglii altedesi Enrico Vecchietti e di Pia Matteuzzi, fratello minore del giornalista e sceneggiatore Otello Vecchietti, in arte Massimo Dursi. Per diversi anni, durante la sua adolescenza, Giorgio Vecchietti fu solito trascorrere (assieme ai fratelli maggiori Dora e Otello le vacanze estive ad Altedo, presso i suoi parenti dimoranti in paese e in località “Calabria”.  Dopo aver concluso gli studi liceali si dedicò al giornalismo ed appena ventiduenne, nel 1929, diventò assiduo collaboratore de “Il Resto del Carlino”. Dal 1931 al 1933 diresse, insieme a Nino Corrado Corazza, la rivista mensile “L'orto” poi, trasferitosi a Roma, fu condirettore, assieme a Giuseppe Bottai, del periodico quindicinale di Lettere ed Arti “Primato”. Subito dopo la fine della seconda guerra mondiale fu redattore ed inviato di “La stampa”, “Oggi”, “Tempo” ed “Epoca”; Nel 1950, con gli amici Lamberto Sechi, Vittorio Vecchi, Luciano Damiani, Giuseppe Partirei e Sandro Bolchi, fondò uno dei primi Teatri Stabili d'Italia, denominato “La soffitta”, che però ebbe vita breve: infatti nel 1952 chiuse i battenti a causa di difficoltà finanziarie. Nel 1961 entrò come inviato speciale in RAI, dove poi restò con vari incarichi; il 26 aprile di quello stesso anno prese il via la celebre trasmissione “Tribuna politica”, che iniziò con una conferenza degli otto partiti presenti in Parlamento, ma che successivamente avrebbe aperto spazi comunicativi stabili a tutte le formazioni politiche italiane. Il successo televisivo fu grande e si potrebbe dire che, tutt'oggi, molti di quelli che ricordano la serietà ed il rigore di quella trasmissione un po' la rimpiangono, soprattutto se confrontata agli spazi partitici odierni; di quella stessa trasmissione fu successivamente nominato direttore. Fu anche direttore, poi, del “Telegiornale” e di un'altrettanto famosa rubrica socio-politica: “TV 7”; completò poi la sua “carriera televisiva” diventando condirettore dei “Servizi giornalistici” e del “Centro di produzione” di Milano. Si distinse pure come scrittore saggista pubblicando Saper leggere, L'età felice, Davide, Fiore tricolore, Mondo moderno, Tappeto volante. Fu anche autore di alcune antologie letterarie destinate alla Scuole Medie. 

Anteo Zamboni –studente- Bologna 1911 - Bologna 1926.
Figlio di Mammolo, nato a Granarolo dell'Emilia e di Viola Tabarroni, nata a Malalbergo, il località “Salaroli”, a pochi metri dal corso del Savena abbandonato, sulla strada che porta a Boschi di Baricella. Anteo era uno studente quindicenne quando fu ucciso a pugnalate dalle “camicie nere” di Bologna che lo incolparono di aver attentato alla vita del Duce durante una visita alla città felsinea. Era il 31 ottobre 1926 quando Benito Mussolini, accompagnato dal podestà Lendro Arpinati e dalle autorità locali (tra cui l'ex sindaco Umberto Puppini), si diresse allo stadio “Littoriale” (oggi “Renato Dall'Ara”) per osservare a che punto erano i lavori di costruzione  dell'opera che stavano terminando e dove l'attendeva una folla festante. Dopo aver visitato l'Archiginnasio, salì su una macchina decappottabile diretto alla stazione ferroviaria. Mentre percorreva il tragitto tra Piazza del Nettuno e Via dell'Indipendenza, s'udì un colpo di pistola: il destinatario era il Duce, ma il proiettile lo prese soltanto di striscio, all'altezza del cuore, senza provocargli ferite. Pochi istanti dopo lo sparo, alcune “camicie nere” assalirono e trucidarono con quattordici pugnalate un ragazzo quindicenne, “…tal Anteo Zamboni detto “Patata”, figlio di una famiglia anarchica…” (come recitarono le cronache giornalistiche sull'accaduto) residente in città; alcune ore dopo, i suoi familiari -il padre, la madre, la zia e i due  fratelli- furono arrestati ed incolpati di complicità nell'attentato a Mussolini. Le indagini che seguirono non chiarirono mai se l'autore dell'attentato fosse stato effettivamente Anteo Zamboni (che fino al quel giorno era inquadrato come “balilla” e non aveva mai manifestato idee antifasciste); lo stesso Tribunale Speciale non riuscì a fornire una spiegazione credibile dell'accaduto o a dimostrare che ci fosse stato veramente un complotto contro il capo del fascismo. Il padre di Anteo, nonostante si professasse anarchico, era legato da una profonda amicizia a Leandro Arpinati, il capo del fascismo locale (anch'esso proveniente dal mondo anarchico). Tra le ipotesi più accreditate ci fu anche quella del complotto interno al fascismo, ma poi tutti si convinsero che quel gesto fosse stato compiuto da un solo individuo, com'era accaduto con gli altri tre precedenti attentati subiti da Benito Mussolini nel giro di un anno.  Il Tribunale Speciale, condannò a 30 anni di carcere Mammolo Zamboni (padre di Anteo) e Virginia Tabarroni (zia di Anteo, nata anch'essa a Malalbergo), invece Lodovico Zamboni (fratello di Anteo) fu assolto; la madre, Viola Tabarroni fu prosciolta per insufficienza di prove assieme all'altro figlio Assunto. Mammolo Zamboni e  Virginia Tabarroni, furono graziati entrambi nel 1933. Il sacrificio di Anteo Zamboni fu ricordato dai bolognesi con due lapidi: una collocata nel luogo dove avvenne l'omicidio (Canton dei Fiori) e l'altra posta al cimitero della Certosa.
 
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Pubblicato nel febbraio 2017
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